Percorsi individuali

percorsi individuali Valeria Mega psicologo Milano
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“I dolori, le delusioni e la malinconia non sono fatti per renderci scontenti e toglierci valore e dignità, ma per maturarci.”

Herman Hesse, Peter Camenzind

Aree sintomatiche trattate

“Andare in ansia”, “avere l’ansia”, “sentire l’ansia che sale”… ma perché? E cos’è l’ansia?
Si tratta di uno stato di agitazione e di allerta, caratterizzato da batticuore, rigidità muscolare o respiro affannato. Ci si sente come davanti a un pericolo imminente e sconosciuto; non si trova un modo efficace per gestire tranquillamente situazioni difficili; si fatica a trovare la giusta concentrazione nelle cose e talvolta sopraggiungono alterazioni della memoria; si rimugina in preda alle preoccupazioni; si è maggiormente nervosi e insicuri.
Generalizzata o circoscritta a precise situazioni o persone, l’ansia caratterizza il confronto con le aspettative degli altri, siano esse difficili da inquadrare o fin troppo note e pressanti. La paura è quella di non essere all’altezza, di non farcela. Ciascuno coniuga l’ansia a circostanze e a persone per lui significative: sentirsi imprigionati in una relazione soffocante; sentirsi in pericolo perché scoperti e impotenti di fronte all’altro; temere o non sapere cosa l’altro si aspetti che siamo, che facciamo, che diciamo; non sapere come sottrarsi all’implacabile richiesta dell’altro; non sapere come fare a rendersi desiderabili per l’altro. Al fondo di tutte le questioni che provocano ansia vi è il non sapere cosa si è per l’Altro o al contrario la convinzione di essere visti e giudicati in un certo modo.
Il discorso sociale contemporaneo incentiva la risposta ansiosa a causa dell’enorme quantità di messaggi contrastanti che circolano attorno al modello da inseguire: essere vincenti e aggressivi ma anche emotivi e buoni, maliziosi e seduttivi ma anche leali e moralisti, con competenze ed esperienza ma anche freschezza e giovinezza. Genitori, insegnanti, gruppi di amici, ambiente lavorativo sembra ci chiedano continuamente di essere diversi da come siamo: sicuri, senza turbamenti né ripensamenti, prestanti, efficienti, allegri, belli… praticamente senza mancanze.

Cosa vuole davvero l’Altro da noi? Come ci giudica? Cosa bisogna fare per essere amati? La cura aiuta a comprendere come sganciarsi dalle pretese sociali offrendo la possibilità di scoprire qualcosa in più del proprio desiderio e liberarsi dal “dover essere” ciò che non si è.

Qualcosa va fuori controllo, l’angoscia impatta sul corpo e provoca un’esplosione di sintomi che non hanno nulla a che fare col nostro stato di salute fisica. Tachicardia, senso di oppressione al petto, sensazione di soffocamento, paura di morire, sensazione di impazzire, sudorazione, secchezza delle fauci, tremori, manca l’aria. Poi passa. E poi ritorna.
Ormai in molti conoscono questi sintomi, per averli sperimentati su di sé o visti negli altri. La società contemporanea è per l’appunto la “società del panico”. Chi ne soffre impara delle strategie per evitare di incontrare nuovamente l’attacco di panico, si fa accompagnare da una persona fidata nelle situazioni dove l’attacco potrebbe ripresentarsi (la macchina, l’ascensore, il treno, l’aereo, luoghi affollati, ecc.), ma la vita non è più come prima.

La psicoterapia psicoanalitica mira a individuare i dettagli e le circostanze del primo attacco di panico per poi enuclearne il senso, che si ritrova in tutti gli attacchi successivi. Alla base c’è un’angoscia che cortocircuita nell’esplosione dell’attacco improvviso. Ridurla e simbolizzarla è possibile.

Si tratta della conseguenza all’esposizione ad un evento stressante e traumatico, vissuto direttamente o a cui si ha assistito, che ha implicato morte o minacce di morte o gravi lesioni o una minaccia all’integrità fisica, propria o di altri. Come risposta avremo paura intensa e senso di impotenza e/o orrore che persistono successivamente al trauma e portano allo sviluppo di nuovi sintomi.

La psicoterapia consente di elaborare l’evento stressante e sciogliere gradulmente i sintomi.

Un lutto, la fine di un amore, la chiusura di un’esperienza importante o di una fase della vita. Queste e altre possono essere le cause di un sentimento di tristezza e di annullamento a cui non sembra esserci rimedio.
È il disinteresse per sé, per gli altri e per il mondo che ci circonda, è il pianto inconsolabile, è la lamentela continua. Nessun altro può capire il male che si prova. Ci si sente inutili, spenti, ridotti in pezzi. Talvolta sopraggiungono pensieri suicidari.
Il soggetto depresso si chiude al dialogo e alle attività quotidiane, deluso dall’insensatezza della vita.
La depressione è un grave vissuto, trasversale a tutte le fasce di età, che a volte trova espressioni non chiaramente riconducibili ad essa. In adolescenza, ad esempio, può esprimersi come attuazione di comportamenti autolesivi (uso di droghe, incidenti, fughe da casa, tagli sul corpo).

La psicoterapia psicoanalitica può permettere di recuperare il valore del legame con il sociale, di riprendere le fila della propria vita attraverso la riaccensione di un senso che illumini di nuovo consenta di rimettersi in moto.

La ricerca del legame con l’altro è spinta dal bisogno e dal desiderio. Non siamo nati per vivere da soli, eppure molto spesso il legame con l’altro risulta molto complesso e faticoso. E qualcosa si ripete sempre: sentirsi sotto costante giudizio; sentirsi soffocare dalle richieste dell’Altro; non trovare mai “la persona giusta” o trovare sempre quella “sbagliata”; insistere nei rapporti in cui ci si sente sminuiti o rifiutati; faticare a innamorarsi per paura di delusioni o perché non si riesce a provare nulla; sentire lo spettro della sofferenza sempre dietro l’angolo; tradire sempre o ritrovarsi sempre abbandonati in seguito a un tradimento… Queste e molte altre dinamiche relazionali rispondono a questioni soggettive di natura proiettiva, difensiva e aggressiva.

La psicoterapia psicoanalitica permette al soggetto di vedere la propria implicazione e la propria responsabilità nel determinare certe dinamiche e consente così di comprendere qual è il ruolo che si gioca nel rapporto con l’Altro e quale copione si ripete, incatenando la persona ad occupare sempre la stessa posizione nelle relazioni. Successivamente il soggetto è condotto ad incontrare la possibilità di annodarsi in modo diverso nel legame, costruendo una scena nuova che possa affrancare finalmente dalle solite problematiche.

“Da quando non c’è più, nulla è più come prima”. Piangere ad ogni evento che ne possa evocare il ricordo. Difficoltà ad elaborare la scomparsa di una persona cara, di una figura di riferimento a cui si era legati. Il tempo si è fermato e si vive alla giornata. Andare avanti sembra impossibile. Manca la capacità di ritrovare la propria forza vitale e di tornare a riporla in quelli che prima erano interessi e passioni.

La cura aiuta a ripercorrere i tratti significativi del legame affettivo che non c’è più, a illuminare di nuovo quel passato per riavvicinarlo a sé. Grazie alla funzione della parola, i racconti dei ricordi prendono un nuovo valore e a poco poco il dolore si allenta lasciando spazio a una nuova vita.

La dipendenza si considera patologica quando non lascia scampo al soggetto, che ormai senza scelta, è divenuto schiavo dell’oggetto: farmaco, alcool, droga, gioco, cibo, shoppig. La percezione è di aver bisogno di quella dipendenza per ottenere piacere o sollievo da uno stato di insoddisfazione o di infelicità o di dolore. Infinite sono le sfaccettature e le declinazioni, ma l’oggetto da cui si dipende ha sempre lo stesso carattere apparentemente “curativo”. L’oggetto diventa garante di stabilità, di divertimento, di sollievo, ecc. Il rapporto con l’altro (partner, amici, familiari) viene in secondo piano poiché il soggetto, anche se spesso non lo vorrebbe, finisce col chiudersi nel rapporto solitario con l’oggetto da cui dipende e solo lì si sente pienamente appagato. Il circuito della dipendenza è un circuito chiuso dal quale non si esce quando si vuole, benché questo sia ciò che crede il soggetto che ne soffre. A volte l’illusione di potere fare a meno dell’altro e trovare tutta la soddisfazione necessaria nell’oggetto che dà dipendenza dura fino a quando l’individuo cade, perché il corpo non regge il danno che la sostanza provoca o perché i soldi non bastano e i debiti aumentano. Bisogna fare qualcosa! Ma nulla sembra riuscire a bloccare la spirale che sta conducendo al baratro.

Il percorso psicoterapeutico punta a popolare di senso il discorso desertificato del soggetto, che diviene via via più consapevole del proprio disagio e di ciò che nasconde. A questo punto è possibile recuperare quella particolarità del soggetto che si era persa nell’abuso dell’oggetto, ritrovando una propria identità e una nuova realizzazione.

Dalle malattie autoimmuni ai disturbi cronici come atriti, gastriti, dermatiti, cistiti, ecc.; dall’emicrania all’endometriosi, dalle lesioni organiche all’alopecia, spesso i medici indicano lo stress come causa di diffuse malattie del corpo. Parlare di stress è il modo più comune e generico con cui si intende l’origine psichica delle malattie. I fenomeni psicosomatici sono malattie reali, portano dolore e danni concreti al corpo, anche se la loro origine non risulta chiarissima, e soprattutto sembra non esista un rimedio farmacologico definitivo. Perché?
Badare alle esigenze della vita, con dedizione e senza fermarsi; attraversare momenti stressanti senza nemmeno un lamento o senza lasciarsi il tempo di guardarsi dentro; sopportare stress cronico, eventi traumatici, grossi dispiaceri senza darci troppa importanza, puntando ad andare avanti come se nulla fosse. Ma l’angoscia, il dolore, lo stress precipitano sul corpo quando non trovano espressione e adeguata elaborazione nella parola, ed è per questo motivo che quando gli eventi stressanti accadono in età infantile, quando cioè non si hanno ancora sufficienti strumenti per verbalizzare il proprio dolore emotivo, assistiamo a risposte psicosomatiche più rapide. Sul corpo impatta un trauma col quale è difficile fare i conti: esperienze che segnano profondamente e che risultano difficili da elaborare ricadono sul corpo che, con la malattia o il disturbo, ne tenta una forma di elaborazione. Il corpo parla là dove il soggetto non può.

La psicoterapia psicoanalitica conduce alla messa in parola del segno muto che porta sofferenza nel corpo, e all’elaborazione del dolore psichico inespresso e, a volte, non riconosciuto dal soggetto, con l’effetto di risoluzione della malattia.

Nel nome di “anoressica”, “bulimica”, “obeso” il soggetto con disturbo del comportamento alimentare arriva a identificarsi, a far coincidere la propria soggettività con la malattia stessa. Il corpo diventa teatro del mondo interiore: le forme scompaiono nell’anoressica che insegue l’ideale del corpo magro, magro fino all’osso; il corpo si riempie, spinto dalla fame cieca, nell’obeso che del proprio corpo non si interessa; il cibo prima rifiutato viene d’un tratto ingurgitato dalla bulimica che, per rimediare alla perdita del controllo, corre a svuotarsi con il vomito.
Anoressia, bulimia, obesità sono declinazioni diverse di un rapporto che sul cibo proietta aspetti significativi del rapporto che si ha con l’Altro. I disturbi del comportamento alimentare traducono il problema dell’amore, indicando che qualcosa è andato storto, ma cosa? Ciascuno, dietro l’apparenza di un sintomo uguale per tutti, nasconde un particolare diverso. Il cibo è allora solo uno strumento che sottende la questione centrale per quel soggetto.

Per questo la cura psicoanalitica non mira all’educazione alimentare, non chiede di aprire la bocca per il cibo, ma di aprirla per far uscire ed entrare parole che portino all’emersione della particolarità soggettiva che identifica quella persona soltanto, con la sua storia e il suo modo di essere. Grazie all’elaborazione della questione personale profonda sarà possibile scardinare la ripetizione nociva del controllo sul cibo o della sregolatezza, per arrivare a saziare quella domanda inconscia che causa il disturbo e che è domanda d’amore.

Frigidità, anorgasmia, assenza del desiderio, vaginismo, sul lato femminile, impotenza, anorgasmia ed eiaculazione precoce, sul lato maschile, sono tra i disturbi sessuali più noti che spesso non hanno nulla a che vedere con problematiche francamente organiche. Il sintomo sessuale nasconde una verità rimossa del soggetto che ne soffre. Si tratta di una forma di disagio che esprime qualcosa del proprio sviluppo psicosessuale, depositato nell’inconscio. Fenomeno passeggero che sorprende e inquieta o sintomo di lunga durata al quale ci si sente ormai abituati, senza possibilità di una vita sessuale soddisfacente.
Di fronte a questi problemi spesso può risultare imbarazzante seguire esercizi specifici, ad esempio per ravvivare il desiderio nella coppia. Allo stesso modo può essere estraniante il tentativo di uniformarsi ad una forma di sessualità “normale”.

La psicoterapia psicoanalitica evita accuratamente di indicare la via dell’educazione o rieducazione sessuale, mostrando piuttosto alla persona come si possa reperire nella sua storia personale o in quella della coppia qualcosa che abbia contribuito alla produzione del sintomo. Ed è proprio a partire da un’elaborazione altra, attraverso la parola, che si allenta l’attenzione sul sintomo e si svela la possibilità di risolverlo.